Dietro la feritoia: lo scoppio della Grande Guerra nelle lettere di un ufficiale tregnaghese

La Grande Storia custodita nelle soffitte

La Grande Storia è fatta di date, trattati e grandi spostamenti di truppe, ma la storia più autentica, quella che emoziona, si nasconde spesso nelle soffitte, dentro vecchie scatole di scarpe piene di fogli ingialliti dal tempo. È esattamente il caso di due straordinarie lettere scritte a metà maggio del 1915 da un soldato originario di Tregnago all’amico Gaetano Battisti. L’autore si firma semplicemente Checo. In quelle poche righe, scritte a ridosso dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si concentra tutto il dramma umano di un’epoca, diviso tra l’ansia dell’attesa, l’orgoglio del dovere, le privazioni della montagna e il pensiero costante alla madre rimasta a casa.

Dogna, la calma apparente prima della tempesta

Nella prima lettera, datata 15 maggio, Checo si trova ancora a Dogna, nella regione montana del Friuli. Manca poco più di una settimana all’inizio ufficiale delle ostilità, ma sul confine l’aria è già carica di tensione e la guerra è ormai percepibile a occhio nudo. L’autore racconta infatti che l’indomani marcerà per sei ore per andare ad accamparsi proprio sul confine, da dove i forti austriaci di Malborghetto si vedono vicinissimi, a cinque chilometri di distanza !!!. Da alcune espressioni, come il riferimento ai suoi soldati che mi adorano specialmente in questi momenti, capiamo che Checo è quasi certamente un ufficiale del Regio Esercito. In questi ultimi giorni di vigilia c’è ancora lo spazio per un affetto improvviso, come la visita inaspettata del fratello e della cognata, che rappresenta l’ultimo legame profondo con la terra natale prima che cali il silenzio della censura militare, poiché ormai la nostra residenza è divenuta instabile. L’ufficiale sa bene che da quel momento le comunicazioni diventeranno difficili e avvisa il suo corrispondente, Gaetano, di non impressionarsi se mancheranno sue notizie, spiegando con grande realismo che è certo che non avrò né tempo né mezzi, né voglia di scrivere.

A duemila metri, dietro la feritoia del destino

Appena sette giorni dopo, la situazione è radicalmente cambiata e la seconda lettera, datata 22 maggio, ci porta a sole quarantadue ore dal primo colpo di cannone. Checo non può rivelare la sua posizione per ovvi motivi di segreto militare, limitandosi a scrivere: Ti basti sapere che ho l’onore d’essere da tre giorni oltre 2000 metri d’altezza a guardia di un posto di fiducia assai importante. Con queste parole descrive perfettamente la nascita di quella che gli storici chiameranno la Guerra Bianca, ovvero il fronte d’alta quota, isolato tra il vento, l’acqua e la neve, dove confessa che per bere e farci da mangiare usiamo la neve. Il nemico è a soli duecento metri di distanza, su un colle di fronte, e Checo scrive quelle righe stringendo una matita dietro la feritoia osservando i movimenti del nemico di domani, spiando senza essere visto.

L’illusione dell’eroismo e il valore della memoria

In questo secondo testo emerge chiaramente quell’entusiasmo patriottico tipico del maggio del 1915, con le truppe impazienti di ricevere l’ordine di combattere e convinte che la guerra sarà gloriosa e probabilmente breve. Nessuno, in quel momento, poteva ancora immaginare il fango dell’Isonzo, i gas tossici o i tre anni di logoramento che sarebbero seguiti. Eppure, sotto la corazza del fiero ufficiale, batte il cuore dell’uomo che, consapevole del pericolo, confida all’amico che forse è l’ultima volta che ricevi mie notizie e gli affida un congedo commovente, scrivendo: Tieni allegra mia mamma, te la raccomando coll’anima.

Queste lettere rimangono una fonte storica preziosissima perché ci restituiscono la lingua dell’epoca e ci ricordano che la guerra non è stata combattuta da entità astratte, ma da giovani strappati alle nostre valli e proiettati sulle vette rocciose del Friuli, dove le parole scritte tra la neve continuano, dopo più di un secolo, a chiederci di non dimenticare.

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