San Zeno vescovo di Verona: storia, miracoli e opere del “Vescovo moro”

San Zeno e il suo tempo: la guida spirituale della Verona romana 

Zeno fu eletto vescovo di Verona nel 362. Erano trascorsi circa 50 anni dall’editto di Milano – emanato dall’imperatore Costantino nel 313 – che aveva fatto cessare le persecuzioni contro i cristiani ed aveva concesso loro la libertà di professare il culto, di organizzarsi, di avere edifici per la preghiera e ospizi per l’assistenza. Tali provvedimenti incrementarono il numero di aderenti alla nuova fede ma alcuni ostacoli rimanevano: le abitudini e i riti pagani resistevano e tra gli stessi cristiani c’erano discordie su alcuni punti fondamentali della fede. La diatriba più nota è quella tra Ario e Atanasio. Ario insegnava che Cristo non fosse l’eterno Figlio di Dio, ma un essere subordinato. Questa concezione andava contro la dottrina della Trinità, della Creazione, e della Redenzione. Atanasio, invece, affermava che le Scritture insegnano la creazione diretta del mondo da parte di Dio, e la redenzione del mondo e degli uomini da parte di Dio in Cristo. La disputa fu risolta dal Concilio di Nicea, convocato da Costantino nel 325, che stabilì la natura divina di Gesù, figlio di Dio e fatto della stessa sostanza del Padre. 

Il Concilio, inoltre, decise una data per la Pasqua, la festa principale della cristianità. Questa avrebbe dovuto essere celebrata, e lo è ancora oggi, la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo indipendente dalla Pasqua ebraica, stabilita in base al calendario ebraico. 

Zeno, dunque, mise in atto la sua opera pastorale di evangelizzazione in un periodo piuttosto agitato in cui venivano man mano stabilite le regole di una religione in fieri, tesa a portare nella realtà del tempo il messaggio di Cristo, pur incontrando diverse difficoltà nel metterlo in pratica.

Verona nel quarto secolo era una città romana: la sua struttura urbanistica lo dimostra ancora oggi. Da circa 300 anni c’era l’arena, intorno al 265 a difesa contro le minacce di invasione degli Alemanni erano state costruite le mura volute dall’imperatore Gallieno. In città il commercio era fiorente per la posizione strategica di crocevia dell’Italia Settentrionale che la rendeva centro di comunicazione importante tra Est e Ovest con la via Postumia e tra Sud e Nord con la Claudia Augusta.

Dal punto di vista religioso la gran parte degli abitanti era pagana, il cristianesimo aveva raggiunto il nord Italia con un certo ritardo rispetto ad altre regioni dell’occidente romano, come l’Africa cartaginese o l’Italia del sud e si stava radicando anzitutto nelle città e solo lentamente nelle campagne. 

In riva all’Adige c’erano alcuni gruppi di aderenti alla nuova fede che erano stati guidati da altri sette vescovi prima di Zeno. Egli fu, secondo le cronache, l’ottavo vescovo della città, un vescovo non come lo intendiamo oggi residente in vescovado ma pur sempre una guida per i sacerdoti e il popolo. L’episcopus, letteralmente “colui che guarda dall’alto”, coordinava il gruppo di cristiani presenti in città e acquisì lo status di funzionario dello Stato romano dall’imperatore Costantino, proprio nel IV secolo.   

I cristiani veronesi di quel tempo molto probabilmente costituivano una comunità ampiamente minoritaria di numero, abituata alla convivenza quotidiana con un ambiente che manteneva abitudini religiose attinte alle antiche tradizioni romane che andavano certo perdendo di credibilità, ma mantenevano la suggestione di pratiche e riti legati alla vita corrente. Era una comunità alla quale ogni anno si aggiungevano nuovi fratelli mediante la celebrazione del battesimo nelle feste di Pasqua e l’iscrizione al catecumenato.

Le origini e l’elezione a vescovo

Tornando a Zenone – questo era il vero nome – occorre precisare che la maggior parte della sua esistenza è avvolta nella leggenda e si desume con sufficiente certezza il periodo in cui visse da una lettera, datata intorno al 385-395, scritta da sant’Ambrogio di Milano, allora metropolita della regione, al vescovo Siagrio di Verona, terzo successore di Zeno, che lo nomina come un presule “di santa memoria” parlando di Indicia, una donna consacrata a Dio proprio da lui. 

Qualche anno dopo, Petronio, vescovo di Verona fra il 412 e il 429, ne ricorda le grandi virtù e conferma la venerazione che gli era già tributata. 

Papa Gregorio Magno, alla fine del VI secolo racconta il primo miracolo post mortem di san Zeno avvenuto nell’anno 589.

I miracoli e la leggenda 

… presso la città di Verona il fiume Adige in piena arrivò alla chiesa di San Zeno vescovo e martire. Sebbene le porte della chiesa fossero aperte, l’acqua non entrò affatto; anzi, crescendo in breve tempo, giunse alle finestre della chiesa, che erano vicine al tetto; e così l’acqua, fermatasi, chiuse la porta della chiesa, come se quell’elemento liquido avesse assunto la solidità di un muro. All’interno si trovavano molte persone, e, dal momento che la massa d’acqua aveva circondato tutta la chiesa, non avevano via di scampo, e paventavano di morire di fame e di sete. Ma, accostatisi alla porta della chiesa, potevano attingere l’acqua per bere, la quale, come ho detto, era cresciuta fino all’altezza delle finestre, e tuttavia non filtrava per niente all’interno della chiesa. Sicché poteva esser bevuta come acqua, ma come acqua non poteva scorrer dentro. Si era fermata davanti alla porta per mostrare a tutti i meriti del Martire, era acqua per soddisfare la sete, e non era più acqua per inondare.  

Zeno è raffigurato nel cosiddetto “Velo di Classe”, dell’ottavo secolo, un prezioso drappo conservato a Ravenna, in cui sono ricamati i ritratti dei vescovi veronesi e di lui parla il famoso “Rhytmus Pipinianus” o “Versus de Verona”, un elogio in versi della città, scritto fra il 781 e l’810.

Primo a Verona predicò il vescovo Euprepio, secondo Demetriano, terzo Simplicio, quarto Procolo, confessore e pastore egregio, quinto fu Saturnino e sesto Lucilio; il settimo fu Gricino, dottore e vescovo; ottavo fu, pastore e confessore, Zeno, martire glorioso. Egli con la sua predicazione condusse Verona al battesimo; sanò dal maligno la figlia di Galieno; i buoi con un uomo che affogava trasse dall’acqua alta; e anche molti liberò dal nemico distruttore; risuscitò un morto tirato fuori dal fiume; molti demonii distrusse coi frequenti digiuni. Non posso narrare le molte opere di questo Santo, le meraviglie che, venendo egli di Siria fino in Italia, mostrò per suo mezzo l’onnipotente Iddio. 

Zeno pare fosse originario della Mauritania, nell’Africa del nord, dove nacque in una famiglia cristiana intorno al 300. Per questo vi si fa spesso riferimento come a “il Vescovo Moro”. Non si sa come e perché giunse a Verona dove, dopo aver condotto vita monastica fu eletto vescovo della città nel 362, carica che ricoprì fino alla morte avvenuta il 12 aprile di un anno incerto tra il 372 e il 380.

Secondo le fonti agiografiche visse in austerità e semplicità, tanto che pescava egli stesso nell’Adige il pesce per il proprio pasto. Per questo è considerato protettore dei pescatori d’acqua dolce. 

Era colto ed erudito, formatosi, a quanto emerge dall’analisi dei suoi sermoni, alla scuola di retorica africana, i cui maggiori esponenti furono Apuleio di Madaura, Tertulliano, Cipriano e Lattanzio.

Sono giunti fino a noi i suoi discorsi, che testimoniano come egli, nella sua opera di evangelizzazione, si confrontò con il paganesimo ancora diffuso e confutò l’arianesimo.  

Coronato, monaco e notaio vissuto a Verona intorno al VII secolo, racconta come Zeno pregasse per acquisire il dono della Parola per convertire i pagani.

Egli se ne stava in un monastero sito nella città di Verona in una zona un po’ fuori mano, e con digiuni continui e frequenti suppliche chiedeva al Signore che si degnasse di aprirgli la strada affinché potesse predicare al popolo. In una parola, di giorno in giorno aveva dato tutto se stesso per convertire le anime all’amore di Cristo. In verità era lo Spirito Santo che ammaestrava per bocca sua, come la verità parla di sé dicendo: “Non siete infatti voi che parlate, ma lo spirito del Padre vostro che parla in voi”. Si ricordi anche là dove si dice: “io sono il buon pastore, e dò la mia vita per le mie pecore”. Era poi tanto affidabile nel parlare, e mite nel tratto e nel portamento, che Dio era lodato nel Santo da tutti quelli che venivano a lui; e di cuore così alacre, che ben presto, abbandonati gli idoli, le genti credettero nel Signore Gesù Cristo.   

Le fonti medievali riportano episodi leggendari e miracoli attribuiti a Zeno ancora in vita, eccone uno: 

In quello stesso tempo l’uomo di Dio, uscito dal monastero vicino ad una strada poco lontana dalla città di Verona, mentre stava pescando nell’Adige, alzati gli occhi, scorse di fronte a sé un uomo seduto su un carro sprofondare nella corrente con i buoi aggiogati: e tanta era la rapidità con cui veniva trascinato giù, che a tutti fu manifesto trattarsi di intervento diabolico.

Anche il santo uomo, appena – alzando gli occhi – vide la scena, si rese subito conto che era opera del diavolo. Allora, levata in alto la mano, ripeté più volte il segno della santa Croce dicendo: “Vade retro Satana, non condurre alla morte quest’uomo, che Dio ha creato!”. Non appena il diavolo vide il segno della Croce, svanì come fumo tra grida e fischi terribili, quasi precipitasse da un’alta rupe, dicendo: “Anche se tu ora non mi consenti di portarmi a casa anime di uomini, sono pronto però ad andare in terre ignote, che sono qui intorno, per darti fastidio”. Allora Zeno, santo di Dio, disse: “Non ti permetta il Signore di operare contro il suo servo”.    

Le stesse fonti raccontano come il santo abbia guarito la figlia di Gallieno, un funzionario spesso confuso con l’imperatore, come viene raffigurato in una delle formelle bronzee del portale medievale della chiesa a lui dedicata a Verona.

Zeno morì tra il 372 e il 380. Lungo la via Gallica, nella zona dell’attuale chiesa, vi era il cimitero dove fu sepolto. Sulla tomba re Teodorico volle che venisse edificata una piccola chiesa che però fu distrutta nel IX secolo e venne subito ricostruita per volere del vescovo Rotaldo e di re Pipino su progetto dell’arcidiacono Pacifico. Gli Ungari, all’inizio del decimo secolo, però, distrussero anche questa. Dopo una breve traslazione nella cattedrale di Santa Maria Matricolare, il 21 maggio 921 il corpo di san Zeno venne portato nella cripta che è il livello più basso dell’attuale basilica. Si decise che il trasporto della salma fosse affidato ai santi eremiti Benigno e Caro, considerati i soli degni di toccare il corpo del santo. Alla cerimonia erano presenti il re, il vescovo locale, e quelli di Cremona e di Salisburgo. 

I sermoni e le virtù cristiane

Di san Zeno sono giunti a noi 93 sermoni o trattati, 16 lunghi e 77 brevi, con i quali egli si colloca tra i Padri latini e meriterebbe di essere annoverato fra i Dottori della Chiesa. Il suo stile latino ricorda quello degli scrittori africani del suo tempo. 

I trattati, trascritti probabilmente da un discepolo, denotano la lotta del santo contro l’arianesimo e la rinascita del paganesimo soprattutto nelle campagne e possono essere suddivisi in tre gruppi. 

Quelli dottrinali e morali, 25 in tutto, sono i più elaborati, anche se qualcuno è incompleto: parlano delle virtù teologali e morali, dei vizi, specialmente dell’avarizia e dell’impudicizia, ed espongono la dottrina sulla divinità di Cristo.

Un secondo gruppo, una quindicina, sono commenti alla Scrittura, discorsi tenuti probabilmente nel periodo quaresimale, quando venivano lette le vicende dei Patriarchi.

Infine, più numerosi e preziosi, anche se spesso brevissimi o solo frammenti, sono i discorsi sulla Pasqua e sulle celebrazioni pasquali. Sono inviti al Battesimo, saluti ai neobattezzati, annunci della Pasqua pervasi da un clima gioioso in pagine piene di poesia e di simbolismo[1].

Nel primo sermone della raccolta Zeno illustra la positività della pudicizia, ovvero della castità, che egli ritiene molto importante perché la Chiesa, sposa di Cristo, la pratica anche dopo le nozze.  

La pazienza è un’altra virtù che rende la vita felice perché senza di essa non si può ascoltare, capire, insegnare e imparare. Non solo gli uomini devono essere pazienti, anche la Luna lo è verso il suo Creatore e non muta mai inopportunamente le sue fasi.  

L’autore si sofferma poi sulle Virtù Teologali e colloca al primo posto la speranza di cui illustra la prospettiva pastorale che lo porta ad intrecciare l’esperienza quotidiana e l’annuncio di Cristo. La speranza è il punto di partenza perché è quella che mette in movimento la vita di ciascuno. 

La fede abilita al servizio di Dio, favorisce l’amicizia con Cristo, rende partecipi della commensalità dello Spirito. Produce la compattezza e la bellezza della Chiesa perché favorisce la cura di tutte le virtù. 

Nella pratica della speranza e della fede emerge la carità che è l’anima segreta che le governa. La carità è il movente dell’intera vita di Gesù, il segreto di Dio rivelato dalla croce di Cristo che segna la sconfitta del male e della morte. È questa carità che edifica la chiesa, la sostiene nella testimonianza dei martiri, la fa povera per soccorrere chi si trova nel bisogno.

L’avarizia per san Zeno, come per san Paolo, è la radice di tutti i mali, è madre e maestra. Tutti indistintamente cercano di accumulare ricchezze, senza pensare se sia giusto o no. Chi possiede tutto si lamenta sempre, vuole ancora di più e se lo procura con mezzi leciti e illeciti. Nel IV secolo come oggi.

I neofiti sono paragonati da Zeno ai neonati: su di loro come su di ogni culla, è bello pensare ad un domani pieno di felicità. Alla nascita spirituale corrisponde un oroscopo spirituale, che il santo sviluppa in maniera curiosa, mostrando i doni che il Battesimo e gli altri sacramenti portano. I riferimenti sottintendono gli episodi biblici. Sacra Scrittura e mitologia vengono accostate per liberare i neoconvertiti dalle loro abitudini pagane. Sono passati in rassegna i dodici segni; un cristiano possiede le ricchezze non di un solo segno, ma di tutti dodici, se mette Cristo al centro della sua vita.

Tutta la vita cristiana viene spiegata dalle stagioni. La tristezza e il gelo dell’inverno rappresentano il tempo del peccato.

La primavera fa respirare di vita la natura come il sacro fonte dal quale nascono i figli della Chiesa.

L’estate è il tempo del popolo cristiano. Le opere buone lo purificano per i granai del cielo.

L’autunno è il tempo della vendemmia: simbolo del martirio e della morte preziosa del giusto.

Tutto l’anno celebra il mistero del Signore, che è il giorno eterno, al quale servono le dodici ore che sono gli apostoli, i dodici mesi che sono i profeti, le quattro stagioni che sono come i quattro Vangeli che lo annunciano.

Per finire, una riflessione sulla giustizia di Dio che non si fonda sulla capacità di parlare o sulla cultura di cui Zeno dice di essere sprovvisto, non mira al patrimonio e nemmeno alla salute fisica.


[1] I testi dei sermoni sono pubblicati in: San Zenone di Verona, I discorsi, a cura della Biblioteca Ambrosiana, Milano-Roma 1987. 

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