Protagonista principale del primo processo per violenza contro una donna[1] di cui siano editi gli atti fu, oltre alla vittima Artemisia Lomi Gentileschi, il pittore Agostino Tassi.
I biografi contemporanei lo descrissero come artista d’ingegno ma ci fu anche chi lo descrisse come un poco di buono raccontando delle sue tre sorelle prostitute, della tresca con la cognata e dei due fratelli, anche loro con precedenti penali[2].
La denuncia di Orazio Gentileschi a Papa Paolo V
Nel febbraio del 1612 Orazio Gentileschi denunciò Tassi per i fatti accaduti quasi un anno prima. Il processo iniziò a marzo e si protrasse fino ad ottobre, concludendosi poi con la condanna dell’imputato.
Il denunciante scrisse una lettera a papa Paolo V per chiedere il processo, con la consulenza del notaio Giovan Battista Stiattesi. Gentileschi accusava Tassi di violenza e il suo amico Cosimo Quorli di essersi reso suo complice e di aver trafugato alcuni quadri, firmando una falsa cessione a nome di Artemisia:
Beatissimo Padre, Horatio Gentileschi Pittore, humilissimo servo della Santità Vostra, con ogni reverentia Le narra come per mezzo et a persuasione di Donna Tutia sua pigionante; una figliola del’oratore è stata forzatamente sverginata et carnalmente conosciuta più volte da Agostino Tassi pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, escendosi anche intromesso in questo negotio osceno Cosimo Quorli suo furiere; Intendendo oltre allo sverginamento, che il medesimo Cosimo furiere con sua chimera habbia cavato dalle mane della medesima zittella alcuni quadri di pittura di suo padre et inspecie una Iuditta di capace grandezza; Et perché, Beatissimo Padre, questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione e danno del povero oratore et massime sotto fede di amicitia che del tutto si rende assassinamento et anco commesso da una persona solita commettere peggio delitti di questo, essendoci stato fautore il detto Cosimo Quorli. Però genuflesso alli sua Santi piedi la supplica in visceribus Christi a provedere a così brutto escesso con li debiti termini di giustizia contro a chi si spetta, perché oltre al farne gratia segnalatissima, ella sarà causa che il povero supplicante non metterà in rovina li altri suoi figliuoli et gliene pregherà sempre da Dio giustissima ricompensa[3].
Strategie di difesa e il ruolo del “matrimonio riparatore”
La decisione di Gentileschi di denunciare Tassi dopo così tanto tempo scatenò diversi pettegolezzi nel quartiere in cui i protagonisti abitavano. D’altra parte, la denuncia era una scelta vantaggiosa, perché spesso i processi per stupro si risolvevano con l’elargizione di una dote da parte del colpevole, che ristabiliva l’onore della donna violentata e aumentavano per lei le possibilità di matrimonio[4]. Artemisia giustificò il ritardo dicendo di aver chiesto più volte a Tassi di mantenere la sua promessa di matrimonio.
La testimonianza di Artemisia e la “Tortura della Sibilla”
Sotto giuramento, la ragazza sostenne di aver subito violenza il 6 maggio 1611; raccontò delle frequenti visite di Tassi a casa sua e della sospetta amicizia che egli aveva stretto con Tuzia, locataria del padre Orazio. Secondo il suo racconto, Agostino l’avrebbe corteggiata con insistenza, avvalendosi dei consigli dell’amico Cosimo Quorli, furiere, e della stessa Tuzia che chiamata a testimoniare, descrisse i liberi costumi della pittrice contrapponendole il comportamento dignitoso del Tassi, nonché la fedele lealtà al padre di lei. Fu un brutto colpo per Artemisia che la considerava un riferimento, essendo costretta a vivere con soli uomini.
La difesa del Tassi insinuò una complicità della ragazza da lei negata con forza. La giovane, in una drammatica udienza di confronto con l’accusato, venne sottoposta alla tortura della “sibilla” che consisteva nel fasciare le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Anche in questa occasione ripeté quanto affermato in precedenza.
Ecco uno stralcio del verbale di quell’udienza: Interrogata et monita ut caveat ne inculpet de stupro dictum Augustinum iniuste et quatenus verum non reponatur factum per ipsam narratum quod si etiam veritas se se habet modo quo ipsa adducta deposuit in eius examine non dubitet omnia confirmari etiam in dicto tormento sibillorum.
Respondit: Io la verità l’ho detta. E sempre lo dirò perché è vero et son qui per confermarlo dove bisogna.
Tunc dominus mandat per custodem carcerum accomodari sibila et iunctis manibus ante pectus et inter singulos digitos sibilis accomodatis de more et secundum usum… per eundem custodem carcerum, in caput et faciem ipsius constituti… eodem custode carcerum funicuo currente dicta sibila comprimente, coepit dicta adducta dicere:
È vero è vero è vero è vero, plures atque pluries praedicta verba replicando et postea dixit: Questo è l’anello che tu mi dai et queste sono le promesse[5].
Dopo l’episodio di maggio, Tassi aveva continuato a promettere ad Artemisia di sposarla, e quest’ultima gli aveva creduto: il matrimonio era l’unico mezzo per riabilitarla nella società e per cancellare l’onta della violenza. Il pittore è descritto nelle fonti come uomo ammaliante, di circa trent’anni al momento dei fatti. La ragazza probabilmente si era fidata di lui che la controllava ed ostacolava ogni legame con altri uomini.
L’accusato negò ogni parola di Artemisia e concluse giurando di non aver defraudato l’amico e di essersi tenuto lontano da casa Gentileschi quanto possibile per evitare di essere continuamente coinvolto in risse. La pittrice concluse la deposizione affermando di aver aspettato a far denunciare Tassi perché aveva sperato nel matrimonio fino a quando aveva saputo che era già sposato.
La sentenza finale: l’esilio di Agostino Tassi
Dopo mesi di interrogatori e testimonianze spesso contradittorie, il 27 novembre 1612 Tassi fu condannato per la violenza nei confronti di Artemisia ma anche per la corruzione dei testimoni e la diffamazione di Orazio Gentileschi. Il giudice Gerolamo Felice gli impose di scegliere tra cinque anni di lavori forzati e l’esilio da Roma. Il giorno seguente scelse l’esilio[6]. La sentenza fu depositata, separata dagli atti, negli Archivi Vaticani[7].
[1] Il processo nelle sue fasi è ben sintetizzato sul sito internet https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_ad_Agostino_Tassi_per_lo_stupro_di_Artemisia_Gentileschi#cite_note-1 visitato il 24 febbraio 2020.
[2] Cfr.: T. AGNATI, F. TORRES (a cura di), Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Milano 2008.
[3] Ibidem, p. 11.
[4] K. CHRISTIANSEN, J. W.MANN (a cura di), Orazio e Artemisia Gentileschi, Milano 2001, p.263.
[5] E. MENZIO (a cura di), Artemisia Gentileschi. Lettere, pp. 80-81.
[6] P. CAVAZZINI, Appendice 1. Documenti relativi al processo contro Agostino Tassi, in K. CHRISTIANSEN, J. W. MANN (a cura di), Orazio e Artemisia Gentileschi, Milano 2001, pp.432-445.
[7] E. MENZIO (a cura di), Artemisia Gentileschi. Lettere, p. 10.
Il processo
Protagonista principale del primo processo per violenza contro una donna[1] di cui siano editi gli atti fu, oltre alla vittima Artemisia Lomi Gentileschi, il pittore Agostino Tassi.
I biografi contemporanei lo descrissero come artista d’ingegno ma ci fu anche chi lo descrisse come un poco di buono raccontando delle sue tre sorelle prostitute, della tresca con la cognata e dei due fratelli, anche loro con precedenti penali[2].
Nel febbraio del 1612 Orazio Gentileschi denunciò Tassi per i fatti accaduti quasi un anno prima. Il processo iniziò a marzo e si protrasse fino ad ottobre, concludendosi poi con la condanna dell’imputato.
Il denunciante scrisse una lettera a papa Paolo V per chiedere il processo, con la consulenza del notaio Giovan Battista Stiattesi. Gentileschi accusava Tassi di violenza e il suo amico Cosimo Quorli di essersi reso suo complice e di aver trafugato alcuni quadri, firmando una falsa cessione a nome di Artemisia:
Beatissimo Padre, Horatio Gentileschi Pittore, humilissimo servo della Santità Vostra, con ogni reverentia Le narra come per mezzo et a persuasione di Donna Tutia sua pigionante; una figliola del’oratore è stata forzatamente sverginata et carnalmente conosciuta più volte da Agostino Tassi pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, escendosi anche intromesso in questo negotio osceno Cosimo Quorli suo furiere; Intendendo oltre allo sverginamento, che il medesimo Cosimo furiere con sua chimera habbia cavato dalle mane della medesima zittella alcuni quadri di pittura di suo padre et inspecie una Iuditta di capace grandezza; Et perché, Beatissimo Padre, questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione e danno del povero oratore et massime sotto fede di amicitia che del tutto si rende assassinamento et anco commesso da una persona solita commettere peggio delitti di questo, essendoci stato fautore il detto Cosimo Quorli. Però genuflesso alli sua Santi piedi la supplica in visceribus Christi a provedere a così brutto escesso con li debiti termini di giustizia contro a chi si spetta, perché oltre al farne gratia segnalatissima, ella sarà causa che il povero supplicante non metterà in rovina li altri suoi figliuoli et gliene pregherà sempre da Dio giustissima ricompensa[3].
La decisione di Gentileschi di denunciare Tassi dopo così tanto tempo scatenò diversi pettegolezzi nel quartiere in cui i protagonisti abitavano. D’altra parte, la denuncia era una scelta vantaggiosa, perché spesso i processi per stupro si risolvevano con l’elargizione di una dote da parte del colpevole, che ristabiliva l’onore della donna violentata e aumentavano per lei le possibilità di matrimonio[4]. Artemisia giustificò il ritardo dicendo di aver chiesto più volte a Tassi di mantenere la sua promessa di matrimonio.
Sotto giuramento, la ragazza sostenne di aver subito violenza il 6 maggio 1611; raccontò delle frequenti visite di Tassi a casa sua e della sospetta amicizia che egli aveva stretto con Tuzia, locataria del padre Orazio. Secondo il suo racconto, Agostino l’avrebbe corteggiata con insistenza, avvalendosi dei consigli dell’amico Cosimo Quorli, furiere, e della stessa Tuzia che chiamata a testimoniare, descrisse i liberi costumi della pittrice contrapponendole il comportamento dignitoso del Tassi, nonché la fedele lealtà al padre di lei. Fu un brutto colpo per Artemisia che la considerava un riferimento, essendo costretta a vivere con soli uomini.
La difesa del Tassi insinuò una complicità della ragazza da lei negata con forza. La giovane, in una drammatica udienza di confronto con l’accusato, venne sottoposta alla tortura della “sibilla” che consisteva nel fasciare le dita delle mani con delle funi fino a farle sanguinare. Anche in questa occasione ripeté quanto affermato in precedenza.
Ecco uno stralcio del verbale di quell’udienza: Interrogata et monita ut caveat ne inculpet de stupro dictum Augustinum iniuste et quatenus verum non reponatur factum per ipsam narratum quod si etiam veritas se se habet modo quo ipsa adducta deposuit in eius examine non dubitet omnia confirmari etiam in dicto tormento sibillorum.
Respondit: Io la verità l’ho detta. E sempre lo dirò perché è vero et son qui per confermarlo dove bisogna.
Tunc dominus mandat per custodem carcerum accomodari sibila et iunctis manibus ante pectus et inter singulos digitos sibilis accomodatis de more et secundum usum… per eundem custodem carcerum, in caput et faciem ipsius constituti… eodem custode carcerum funicuo currente dicta sibila comprimente, coepit dicta adducta dicere:
È vero è vero è vero è vero, plures atque pluries praedicta verba replicando et postea dixit: Questo è l’anello che tu mi dai et queste sono le promesse[5].
Dopo l’episodio di maggio, Tassi aveva continuato a promettere ad Artemisia di sposarla, e quest’ultima gli aveva creduto: il matrimonio era l’unico mezzo per riabilitarla nella società e per cancellare l’onta della violenza. Il pittore è descritto nelle fonti come uomo ammaliante, di circa trent’anni al momento dei fatti. La ragazza probabilmente si era fidata di lui che la controllava ed ostacolava ogni legame con altri uomini.
L’accusato negò ogni parola di Artemisia e concluse giurando di non aver defraudato l’amico e di essersi tenuto lontano da casa Gentileschi quanto possibile per evitare di essere continuamente coinvolto in risse. La pittrice concluse la deposizione affermando di aver aspettato a far denunciare Tassi perché aveva sperato nel matrimonio fino a quando aveva saputo che era già sposato.
Dopo mesi di interrogatori e testimonianze spesso contradittorie, il 27 novembre 1612 Tassi fu condannato per la violenza nei confronti di Artemisia ma anche per la corruzione dei testimoni e la diffamazione di Orazio Gentileschi. Il giudice Gerolamo Felice gli impose di scegliere tra cinque anni di lavori forzati e l’esilio da Roma. Il giorno seguente scelse l’esilio[6]. La sentenza fu depositata, separata dagli atti, negli Archivi Vaticani[7].
[1] Il processo nelle sue fasi è ben sintetizzato sul sito internet https://it.wikipedia.org/wiki/Processo_ad_Agostino_Tassi_per_lo_stupro_di_Artemisia_Gentileschi#cite_note-1 visitato il 24 febbraio 2020.
[2] Cfr.: T. AGNATI, F. TORRES (a cura di), Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Milano 2008.
[3] Ibidem, p. 11.
[4] K. CHRISTIANSEN, J. W.MANN (a cura di), Orazio e Artemisia Gentileschi, Milano 2001, p.263.
[5] E. MENZIO (a cura di), Artemisia Gentileschi. Lettere, pp. 80-81.
[6] P. CAVAZZINI, Appendice 1. Documenti relativi al processo contro Agostino Tassi, in K. CHRISTIANSEN, J. W. MANN (a cura di), Orazio e Artemisia Gentileschi, Milano 2001, pp.432-445.
[7] E. MENZIO (a cura di), Artemisia Gentileschi. Lettere, p. 10.

