Le origini e la formazione nella bottega di Orazio Gentileschi
Artemisia Lomi, più nota con il cognome Gentileschi, nacque a Roma l’8 luglio 1593, primogenita del pittore Orazio Gentileschi e di Prudenzia Montone.
Orazio era arrivato dodicenne a Roma da Pisa, dove era nato nel 1563. La sua era una famiglia di artisti, i Lomi. Suo padre era un orafo rinomato e il fratello maggiore, Aurelio, lavorò in Toscana e a Firenze presso la corte Medicea. Orazio, volendo distinguersi, si fece conoscere con il cognome materno, Gentileschi, e in pochi anni acquisì una certa notorietà nella città del papa[1].
Prudenzia morì a trent’anni al sesto parto, quando Artemisia era dodicenne e la bambina crebbe con il padre e tre fratelli. Pur non sapendo scrivere e sapendo leggere pochissimo, la giovane manifestò un precoce talento per la pittura che ebbe modo di sviluppare nella bottega del genitore dove conobbe i pittori più celebri del periodo tra cui Caravaggio.
Quello in cui vivevano i gentileschi era un ambiente ricco d’arte ma anche di rivalità. Come scrive Elisabetta Rasy, La concorrenza a Roma era terribile e, a partire dagli anni Dieci del Seicento, sempre più accanita. Stavano arrivando in città, dove ora trionfava il colto papa Borghese Paolo V, artisti da ogni parte d’Europa. […] Si creavano piccole consorterie contro altre consorterie, nascevano scambi, voltafaccia, effimere amicizie, ripudi e violente ostilità. Il mondo era incerto e traditore, i grandi signori che proteggevano gli artisti erano clienti munifici quanto volubili e suscettibili[2].
Qui, dunque, Artemisia trascorse l’infanzia e l’adolescenza, a contatto con la nobiltà ma ancor di più con il popolo. Ragazzi e ragazze che talvolta vivevano per strada si trasformavano in seducenti modelli per i pittori e le loro opere a soggetto sacro e profano.
L’apprendistato con il padre rappresentò per la giovane l’unico modo per esercitare la pittura: alle donne non era permesso l’accesso alle scuole di formazione, al lavoro e alla possibilità di avere un ruolo sociale.
Il trauma e il processo: Agostino Tassi e la violenza
La vita della giovane pittrice subì una svolta nel 1611 quando Orazio decise di porla sotto la guida di Agostino Tassi, un virtuoso della prospettiva in trompe-l’œil[3]con il quale collaborava alla realizzazione della loggetta della sala del Casino delle Muse, a palazzo Rospigliosi. Agostino era un pittore di talento, ma aveva un cattere iroso e un passato burrascoso. Oltre ad essere coinvolto in diverse disavventure giudiziarie, era uno scialacquatore e sembrava essere stato mandante di alcuni omicidi. Ciononostante, Orazio Gentileschi aveva per lui grande stima e gli permetteva di frequentare casa sua, chiedendogli anzi di insegnare prospettiva alla figlia.
La situazione si complicò quando Tassi, dopo diversi approcci rifiutati, violentò Artemisia. L’episodio influenzò in modo drammatico la vita della ragazza. Lo stupro si consumò nell’abitazione dei Gentileschi in via della Croce, con la compiacenza di Cosimo Quorli, furiere della Camera Apostolica, e di Tuzia, un’inquilina che, per volere di Orazio, era solita sorvegliare la ragazza.
Lo stesso Gentileschi denunciò il Tassi alle autorità mesi dopo, perché costui non aveva potuto rimediare alla violenza con un matrimonio riparatore, in quanto già sposato. Ne seguì un processo spietato di cui esistono gli atti.
Il successo a Firenze e l’amicizia con Galileo
Nel 1612 Artemisia sposò, per volere paterno, il pittore fiorentino Pierantonio Stiattesi e si trasferì a Firenze aprendo una nuova fase della sua vita. Nel 1617 ebbe la prima figlia, Prudenzia Palmira, ma non abbandonò mai la pittura, anzi raggiunse più fama e successo del marito. Fu la prima donna a far parte dell’Accademia delle arti del disegno e ottenne commissioni da eminenti famiglie fiorentine, tra cui i Medici.
Strinse amicizia con Galileo Galilei che nutriva per lei grande stima, e con Michelangelo Buonarroti il giovane che le commissionò una tela per celebrare il suo celebre antenato e intrattenne con lei, che aveva imparato a scrivere, una corrispondenza epistolare.
In quegli anni la Gentileschi dipinse la Conversione della Maddalena e la Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti ed una seconda versione della Giuditta che decapita Oloferne, conservata agli Uffizi. Era una donna famosa, molto più apprezzata del marito nel lavoro ed indipendente economicamente.
La corrispondenza amorosa con Francesco Maria Maringhi
Di quegli anni è anche la storia d’amore che la vide legata fin dal 1617 a Francesco Maria Maringhi, un gentiluomo fiorentino suo coetaneo, agente e uomo d’affari di del nobile Matteo Frescobaldi. Per i protagonisti fu una passione travolgente che avrebbe superato vincoli sociali e convenienze, testimoniata dalla corrispondenza professionale e amorosa pervenutaci in ventuno lettere ritrovate nell’Archivio dei marchesi Frescobaldi a Firenze, le uniche interamente autografe della pittrice in una prosa scorretta ma profonda, sgrammaticata ma colta, che cita Petrarca e l’Ariosto, Ovidio, le Rime di Michelangelo, e il Tasso.
Dalle lettere emergono ricatti, gelosie, imbrogli e debiti sempre da saldare, ma sono presenti promesse d’amore e dichiarazioni di fedeltà da parte della pittrice, che condusse sempre una vita al di sopra delle proprie possibilità economiche, nel continuo bisogno di affermare il suo stato di signora.
La lunga esperienza fiorentina l’aveva preparata a dare il meglio di sé nella pittura, e nel giro di un anno, l’ultimo di regno di papa Borghese e di Cosimo II, la pittora si affermò anche a livello internazionale. A Roma era ancora presente Agostino Tassi condannato, ma libero e al lavoro per clienti prestigiosi, ancora minaccia per Artemisia.
Sempre nel 1620, l’11 aprile, con due lettere diverse, Artemisia e Pierantonio annunciarono a Maringhi la morte del loro figlioletto Cristofano, di cinque anni. La donna cadde in una profonda depressione amplificata anche dai continui litigi con Orazio che però ben presto si trasferì a Genova. Artemisia dipingeva giorno e notte, cercava di superare il dolore per la scomparsa del figlioletto. Stiattesi gestiva e proteggeva la moglie come poteva e – forse essendo al corrente del grande amore che la univa al ricco fiorentino – teneva al corrente Maringhi dei progressi dell’amata.
Il ritorno a Roma e il periodo veneziano
Il matrimonio di Artemisia, tuttavia, era destinato a finire e nel 1623 Stiattesi tornò in Toscana lasciandola a Roma con la figlia Palmira e due servitori[4].
Nella città eterna in quegli anni erano presenti diversi pittori caravaggeschi ma cresceva il successo del classicismo e del barocco. Artemisia riuscì a cogliere le novità artistiche e a restare protagonista anche di questa straordinaria stagione artistica. Entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi e di questo periodo è anche l’amicizia con Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti, ma quel periodo non fu ricco di commesse. Era ricercata per la ritrattistica e per le scene con eroine bibliche ma non ricevette richieste di cicli affrescati o di grandi pale di altare.
In cerca di maggior fortuna, tra il 1627 ed il 1630 si trasferì a Venezia dove i letterati ne celebrarono le qualità di pittrice e nel 1627 ebbe un’altra figlia.
Gli anni della maturità: Da Napoli alla corte di Londra
Nel 1630 si spostò a Napoli sperando di trovare nuove e più ricche possibilità di lavoro. Da qui erano già transitati Caravaggio, Annibale Carracci. In questa città decise di stabilirsi, e fece sposare, con appropriata dote, le sue due figlie, entrambe pittrici, ma non al livello della madre.
Nella città partenopea, per la prima volta, Artemisia si trovò a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli. L’autrice appare aggiornata sui mutati gusti artistici rispetto alle precedenti eroine bibliche.
Nel 1638 raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte ed aveva ricevuto l’incarico della decorazione di un soffitto nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwich. Padre e figlia si ritrovarono a collaborare ma nel 1639 Orazio improvvisamente morì.
La morte a Napoli
Nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia lasciò l’Inghilterra e tornò definitivamente a Napoli dove lavorò a diverse commesse da parte del collezionista Antonio Ruffo di Sicilia. La data della morte non è documentata con certezza ma da diversi indizi è collocabile nel 1653[5].
[1] Cfr: E. RASY, Le disobbedienti, Milano 2019, p. 26
[2] E. RASY, Le disobbedienti, pp. 27-28.
[3] Genere di pittura che rappresenta la realtà materiale in modo tale da suscitare l’illusione della tridimensionalità e, quindi, della consistenza delle immagini rappresentate: trova il suo specifico campo nella natura morta per armadi o custodie aperte nella parete, mostrando con cura meticolosa anche il loro contenuto, ma si estende alle prospettive viene illusoriamente lo spazio interno di un ambiente; se ne hanno esempi nell’arte romana, nel Rinascimento, nell’arte barocca ma anche nell’arte contemporanea. Tratto da: http://www.treccani.it/vocabolario/trompe-l-oeil/ visitato il 20 febbraio 2020.
[4] Le notizie sulla storia d’amore tra Artemisia e Maringhi sono tratte da: F. SOLINAS, Ritorno a Roma 1620-1627 in R. CONTINI, F. SOLINAS, Artemisia Gentileschi. Catalogo della mostra, Milano 2011, pp. 79-95.
[5] Le notizie biografiche sui Gentileschi sono tratte da: A. LAPIERRE, Artemisia, Milano 1999, pp.397-465.

