Tregnago bipolare: tra il Vicus de Subtus e la pieve
Fin dal XIII secolo, Tregnago si sviluppò con una struttura bipolare articolata su due centri: uno civile ed uno religioso.Il nucleo meridionale – chiamato nei documenti dalla fine del Duecento Vicus de Subtus – ospitava la casa comunale e la chiesa di Sant’Egidio di gestione comunitaria; il nucleo settentrionale – posto dove la valle si restringe – era costituito dall’antica chiesa dedicata a san Martino, santo di origine franca, e dalla pieve di Santa Maria la cui intitolazione ha probabili origini monastiche. Accanto ai due edifici di culto era già presente, dove è attualmente, l’antica canonica adibita a residenza del cappellano e in parte utilizzata dall’abate e dal clero locale per le esigenze dell’abbazia della Calavena. Era magazzino fortificato per la raccolta delle decime, residenza – anche per lunghi periodi – dell’abate, scuola dove si formava il clero che officiava nelle chiese della zona, tribunale di prima istanza e centro di potere.
Nel Quattrocento una grave crisi investì gli ordini religiosi. Mentre il monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Badia Calavena passò per due volte alla congregazione di Santa Giustina di Padova: la prima tra il 1433 e il 1443 e la seconda nel 1498[1], la pieve di Santa Maria conservò il suo ruolo preminente nella cura d’anime e nella riscossione delle decime a Tregnago e nelle zone circostanti. Sotto la sua giurisdizione c’era un territorio piuttosto vasto che si estendeva fino a San Mauro di Saline a Castelvero[2]. Durante la costruzione della sede abbaziale dove oggi si trova la canonica del parroco di Badia Calavena, inoltre, la casa tregnaghese divenne sede dell’abbazia stessa, ospitò i monaci e divenne punto di raccolta degli affitti destinati ad entrambe le istituzioni religiose.
Tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, la popolazione locale ebbe un forte incremento, perciò furono avviati lavori di diboscamento e di messa a coltura di vaste aree prima incolte. Gli enti religiosi erano intenzionati ad imporre tassazioni anche su questi nuovi terreni dando luogo ad accesi contrasti con i coloni e creando un vero e proprio scontro fra autorità abbaziale e vescovile fino a quando, nel 1561, papa Pio IV concesse il monastero e la sua area giurisdizionale alla Congregazione Cassinese. L’anno successivo, il monastero di San Nazaro e Celso prese effettivo possesso della pieve di Santa Maria, delle chiese e dei beni ad essa soggetti[3]. I diritti sulla pieve tregnaghese rimasero ai monaci fino al 1774: tre anni dopo la soppressione del monastero, il Comune di Tregnago li comprò per 13.000 ducati veneti[4].
L’antica pieve di Santa Maria
Dell’antica chiesa plebana di Santa Maria non possediamo immagini, ma solo vaghe descrizioni che ce la presentano a corpo rettangolare costruito con materiali diversi: ciottoli, tufo, pietra tenera e frammenti lapidei di epoca romana. L’interno era a tre navate separate da file di archi sostenuti da pilastri. All’esterno, la facciata era a due spioventi con il tetto a capanna e la porta principale era abbellita da un protiro pensile risalente forse alla fine del XIV secolo, costituito da due colonne sostenute da due modiglioni e coperte da un arco. Il protiro proteggeva un dipinto della Madonna in trono con il Bambino e fu rimosso nel 1914 quando fu collocato sopra alla porta principale della chiesa della Disciplina. Quel che rimane del dipinto è attualmente visibile, riportato su un pannello, all’interno chiesa della medesima chiesetta.
Dell’antica pieve è giunto a noi il fonte battesimale visibile a destra dell’ingresso principale della chiesa parrocchiale, circondato da un’inferriata realizzata nel 1880. È una vasca ottagona a coppa in marmo rosso assai bella con archetti trilobi su ogni faccia, certo dello stesso scultore di quella d’Illasi; sulla faccia mediana si vede lo stemma dell’Arciprete Giacomo Rosso di Verona che lo fece scolpire nel 1438[5]. Se ne trova nota nei verbali delle visite pastorali vescovili fin dal XV secolo: il 27 agosto 1460, il vescovo suffraganeo di Verona Matteo Canato, giunto in visita pastorale per conto del vescovo diocesano Ermolao Barbaro invenit fontem baptismalem munde teneri et conservari[6]. All’interno della chiesa esisteva allora un altare di Ognissanti fatto costruire e mantenuto da una prestigiosa famiglia cittadina stabilitasi a Tregnago, i Casari[7]. L’atto di fondazione della cappella fu redatto il 18 marzo 1449 dal notaio Giovanni da Caprino[8].
Possiamo trovare qualche altra informazione sulla chiesa nei già citati verbali delle visite pastorali dei vescovi diocesani. Nel 1460, il vescovo Canato ordinò la sistemazione del tetto, evidentemente malconcio e notò la presenza di troppe donne nei pressi della canonica col pretesto di attingere acqua alla fontana; perciò, sub excomunicationis pena late sententie et cetera, mandavit prefato archipresbitero quod nullam penitus mulierem cuiuscumque conditionis non permittat domum suam, causa asportandi aquam, intrare[9].
Nel XVI secolo, i resoconti delle visite pastorali effettuate per conto del vescovo Gian Matteo Giberti, parlano dell’esistenza di due tabernacoli, di una grande croce di legno e di alcune statue: una Madonna grande, un san Sebastiano e un san Rocco, oltre a due angeli piccoli[10]. L’altare maggiore era dedicato alla Madonna e sul fonte battesimale c’era un ciborio[11].
Il disastro del 1878: il crollo del “Grosso Torrione”
La chiesa plebana rimase nelle sue forme originarie fino al 1878. La sera del 28 novembre di quell’anno, l’antica torre campanaria della pieve, piuttosto malconcia, crollò su se stessa. Il campanile – dalla forma di grosso torrione, sul quale alla sommità si aprivano quattro grandi bifore, una per facciata, sostenute ciascuna da una rozza colonna mediana[12] – si trovava a nord ovest della chiesa, a ridosso di essa, verso la strada. Il suo cedimento provocò danni seri anche all’edificio di culto che il giorno seguente fu dichiarato inagibile. Non c’erano state vittime ma, cadendo, la torre aveva sfondato una parte del muro della facciata, aveva rovinato parzialmente il protiro sopra alla porta, aveva danneggiato la navata sinistra e il tetto.
Il progetto Gottardi e il campanile di Massalongo
Subito si iniziò a pensare a un restauro che si preannunciava piuttosto costoso e complicato. Furono coinvolti il Comune, la Prefettura, il Genio Civile, oltre ad ingegneri e maestranze locali, per la valutazione dei danni e l’avvio dei lavori. Si pensò anche alla costruzione di un nuovo tempio in piazza Mercato, attuale piazza Massalongo, in centro paese ma, alla fine, la chiesa fu ricostruita sul terreno occupato dalla precedente. Fu scelto il progetto di Angelo Gottardi che prometteva di realizzarla entro un anno, con poca spesa. I Tregnaghesi collaborarono attivamente trasportando il materiale nuovo e di recupero.
Il 10 marzo 1880 la commissione nominata dalla Fabbriceria Parrocchiale incaricò l’ingegnere civile Giovanni Franchini Stappo di eseguire un sopralluogo nella nuova chiesa ormai terminata. Dalla relazione che seguì si evince che l’edificio era stato costruito senza un progetto regolare poiché inizialmente si era pensato al restauro del tempio già esistente per le parti rovinate dal crollo del campanile. Franchini Stappo rilevò la presenza di qualche screpolatura dovuta all’assestamento verificatosi dopo l’erezione dei muri nuovi ma non notò nulla di particolare riguardo al nuovo tetto e ai muri del coro. La facciata non era completa e il rapporto tra il numero e la grandezza delle finestre e le dimensioni generali era considerato buono. La chiesa era stata costruita sui basamenti dell’antica per quanto riguardava i muri perimetrali e il basamento delle colonne e dei pilastri. Poche colonne erano su fondamenti nuovi. Fu mantenuto lo stile della costruzione precedente, valorizzando i motivi decorativi e la forma dell’antico fonte battesimale[13].
In seguito al sopralluogo, il 20 marzo 1880 il sindaco autorizzò l’apertura del nuovo tempio[14]. Il parroco don Felice Panato[15] scrisse in un appunto: Col giorno 25 marzo, festa dell’Annunciazione di Maria Santissima e Giovedì Santo 1880, fu benedetta la nuova Chiesa Parrocchiale nel dopo pranzo alle ore tre pomeridiane nel concorso d’immenso popolo, e col giorno 28 del mese medesimo, Pasqua di Risurrezione, si cantò la prima Messa Solenne alle ore 9. a.m. con musica e organo.
La chiesa era più corta di come è oggi ed era priva del campanile che sarebbe stato costruito qualche anno dopo su disegno di Orseolo Massalongo. Questi descrisse così il suo progetto in una lettera al parroco don Pietro Cavallini[16]:Nelle fondazioni adotto il sistema di un sol masso largo quanto la base del campanile, costruito in sassi del torrente Progno misti a sassi di cava. Tutto il restante della muratura sopraterra è in cotto, usando internamente negli angoli sasso di cava per minor spesa.
La sezione interna è circolare, sezione che va leggermente allargandosi alla cella campanaria, di maniera che la scala viene svolta sopra una spirale. La copertura di zinco, della cupola, piramidale a base ottagona, è sostenuta da una robusta armatura di ferro che costituisce un sistema unico coll’asse verticale finire di ferro che sostiene l’Angelo del pinnacolo all’altezza di 42 metri. Ho creduto bene, al frontone del campanile, sopra la cella campanaria, di dare quella forma acuta per armonizzare coll’architettura della Chiesa[17].
L’opera venne inaugurata nel 1894 alla presenza del vescovo di Verona Luigi Canossa e del progettista. Le sette campane, fuse nel 1796, erano quelle precipitate dal vecchio campanile, rimaste pressoché intatte. Esse attualmente compongono il più antico concerto realizzato dalla fonderia Cavadini, ancora suonabile e integro per quasi tutte le sue voci. Sono opera di Pietro Cavadini, con rifusione della seconda grossa nel 1898 e aggiunta dell’ottavino nel 1894, per mano di Achille Cavadini, nipote di Pietro.
Importante per la nuova chiesa era anche l’organo, strumento musicale che accompagnava le liturgie da secoli. Quello tregnaghese fu commissionato a Domenico Farinati dall’allora parroco novello don Vittorio Costalunga. Dal punto di vista estetico, in origine era fornito di una cassa in legno in stile neogotico con tre cuspidi, adorna di fregi, in linea con lo stile della chiesa. Fu collocato in posizione sopraelevata, nell’abside ed inaugurato nel 1902. Lo spostamento alla sinistra del presbiterio, in Cornu Evangelii, avvenne entro la fine del 1921, quando il costruttore fu chiamato a smontarlo e a rimontarlo nella nuova sede salvaguardandone l’integrità e l’efficienza ma apportando alcuni adattamenti tecnici e meccanici[18].
La chiesa attuale: allungamento, vetrate, colori
La chiesa di Santa Maria, come è oggi, è frutto di un allungamento iniziato nel 1914, quando si decise di realizzare anche la facciata esterna che presenta un’alternanza di linee orizzontali realizzate in cotto e tufo, su disegno di Giovanni Franchini Stappo. Nella sua parte interna, le finestre sono le uniche in tutta la chiesa ad avere i contorni non dipinti, ma realmente realizzati in cotto. Nell’insieme, i costruttori rispettarono il disegno del progettista ma aggiunsero un paio di finestre sotto il rosone, portandole da quattro a sei, senza però ripetere l’ornato del cotto misto a tufo come nelle altre sottostanti. Una nuova campata venne aggiunta verso ovest. All’esterno si possono notare i differenti contorni delle finestre laterali rispetto a quelli delle preesistenti.
All’interno, le decorazioni del soffitto furono realizzate da due giovani artisti veronesi: Gaetano Miolato[19] e Francesco Rigodanzo[20]. I motivi ornamentali dei muri, delle arcate e del soffitto sono vegetali stilizzati realizzati con colori molto vivaci. Le figure umane e simboliche che occupano le volte sono profeti, patriarchi, evangelisti e dottori.
In occasione dell’ampliamento, spostato l’organo, vennero aperte le finestre dell’abside che, come tutte le altre, vennero provviste di vetrate istoriate della ditta Fontana e C. di Milano che donano all’interno un aspetto insieme di maestosità e grazia[21], essendo d’una policromia forte ed ardita[22]. Don Ferruccio Spada le descrive nell’opuscolo pubblicato nel 1922 in occasione dell’inaugurazione della chiesa, ma questo è l’unico ricordo che ne abbiamo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, i vetri furono per la maggior parte distrutti dagli spostamenti d’aria provocati dai bombardamenti e, al momento del rifacimento, si scelsero soggetti solo in parte analoghi ai precedenti.
La vetrata principale della facciata raffigura in una scena unica, divisa tra otto monofore accostate, la scena dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme. La bifora soprastante riproduce un’Annunciazione che richiama quella del Botticelli. Sulla facciata sono presenti altre due bifore, una per lato del portale d’ingresso. Molti sono i santi rappresentati, tra essi, nel presbiterio, sulla finestra circolare, san Martino taglia il suo mantello per dividerlo col poveromentre sull’altra, murata, il medesimo santo è sul cavallo al galoppo.
Le tre vetrate dell’abside rappresentavano in origine la resurrezione di Cristo. Oggi di quella scena è rimasta solo la parte centrale. A sinistra vediamo l’assunzione della Beata Vergine Maria con la scritta: Ut dies i xi mcml pleno meridie semper lucescat obsequiens sponte sumptuque proprio comunitas bmv assumptae tremniaci providit e a destra la santissima Trinità che incorona Maria nella gloria di Santi con la scritta: sub pontificatu Pii xii qui die i xi mcml hoc dogma definivit, seguita dallo stemma di Pio XII. La chiesa, infatti, è intitolata a Santa Maria Assunta e il dogma dell’Assunzione in cielo di Maria anima e corpo fu stabilito da papa Pio XII con la costituzione dogmatica Munificentissimus Deus datata 1º novembre 1950.
Della primitiva nuova chiesa oggi sono rimaste le navate, il presbiterio e l’altare della Madonna. Quest’ultimo, in legno di abete, fu disegnato da Giovanni Franchini Stappo e realizzato nel 1881dall’intagliatore e indoratore Antonio Martini.
Ad Orseolo Massalongo dobbiamo, infine, il disegno dell’altare del Sacro Cuore inaugurato il 12 luglio 1891[23]. Il dipinto della pala, realizzato da Vincenzo De Stefani, raffigura la beata Alacoque nel momento in cui le apparisce il Redentore, mostrandole il Sacro Cuore.[24]
L’attuale chiesa di Santa Maria Assunta fu inaugurata il 15 ottobre 1922, anno importante per di Tregnago: il 5 febbraio, infatti, era stata posta la prima pietra del futuro cementificio.
Le cronache dell’epoca ci raccontano i solenni festeggiamenti in occasione dell’evento che ricordavano ai Tregnaghesi le celebrazioni di vent’anni prima, in occasione dell’inaugurazione dell’organo. Nei giorni precedenti, il Corriere del mattino scrisse: la grande festa di domenica prossima oltre ad avere carattere religioso, sarà in pari tempo festa dell’arte e festa di beneficenza. Il programma è attraentissimo[25]. Erano annunciati uno spettacolo pirotecnico che si sarebbe tenuto nella serata di domenica e una pesca di beneficenza in favore dell’asilo infantile Regina Elena. Era attesa inoltre l’esibizione della banda del paese, risorta dopo la guerra sotto i migliori auspici e che promette di continuare le sue antiche e ottime tradizioni.
[1] Cfr. CIPOLLA C. (1882), Le popolazioni dei XIII comuni veronesi, Venezia, p. 127; CIENO G. (1905), I due monasteri di Badia Calavena, Verona, pp. 28-29 e NORDERA D. (1950), La parrocchia di San Biagio di Cogollo, Verona, pp. 74-77.
[2] Cfr. PIAZZOLA P. (2002), La pieve di Tregnago e la chiesa di Centro nei verbali delle visite pastorali tra il XV e il XVI secolo, in «Cimbri-Tzimbar», n. 28, pp. 93-108.
[3] Archivio di stato di Verona (d’ora in poi ASVr), San Nazaro e Celso, busta 24, perg. 1462.
[4] Il monastero dei Santi Nazaro e Celso risulta già soppresso il 25 gennaio 1771 in forza della legge emanata dalla Repubblica Veneta il 10 settembre 1767. Cfr. CERVATO D. (1999), Diocesi di Verona, Padova, p. 539.
[5] SIMEONI L. (1909), Verona. Guida Storico-Artistica della Città e Provincia vincitrice del concorso, bandito con premio di lire duemila, dalla Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona. Con tavole fuori testo e due piante, p. 469.
[6] TONOLLI S. (a cura di) (1998), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona, p. 185.
[7] Cfr. PASA M. (1992), Per una storia dell’economia collinare veronese tra ’400 e ’600, «Atti e memorie della Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona», s. VI vol. XLIII, p. 276.
[8] Cfr. PASA M. (1996), L’area collinare alla metà del ’500: penetrazione fondiaria cittadina e persistenza di proprietà di gente del contado veronese (Parte Seconda), in «Studi Storici Veronesi Luigi Simeoni» vol. XLVI, Verona, p. 70 nota 64. Cfr. anche MANTOVANI P. (1998), Il Comune di Tregnago. La sua storia, Tregnago (VR), p. 101.
[9] Ivi, p. 187.
[10] Cfr. FASANI A. (a cura di) (1989), Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G. M. Giberti 1525-1542, Vicenza, pp. 55-56.
[11] Cfr. ivi, pp. 658-62.
[12] CIPOLLA C. (1890), La chiesa di Tregnago presso Verona, p. 79.
[13] Cfr. Archivio Parrocchiale di Tregnago (d’ora in poi APT), Fabbriceria, busta 2 carta 39.
[14] Cfr. APT, Fabbriceria, busta 2 carta 43.
[15] Don Felice Panato nacque nel 1814. Fu dapprima frate cappuccino e poi sacerdote. Fu confessore e predicatore a Verona, Padova e Venezia e insegnò al ginnasio filosofia e teologia. Fu parroco di Tregnago dal 1854 fino alla morte nel 1887. Cfr. MILLI P. (2001), La pieve di Santa Maria di Tregnago. Dalla matrice antica alla parrocchiale odierna. Le origini, le vicende, le persone, terza esercitazione scritta e lavoro di baccellierato, Studio Teologico San Zeno di Verona, rel. COTTINI D, pp. 330-332.
[16] Don Pietro Cavallini nacque ad Angiari nel 1837, fu ordinato sacerdote nel 1861 e fu parroco di Tregnago dal 1887 al 1898. Dopo il ministero a Tregnago fu Canonico della Cattedrale e morì a Verona nel 1902. Cfr. MILLI P. (2001), La pieve di Santa Maria di Tregnago, p. 343nota 136.
[17] APT, Fabbriceria, busta 2 carta 55. La lettera è datata 4 maggio 1889.
[18] Cfr. BONATO D. (1991), Breve storia e note sul restauro in Concerto d’organo in occasione del restauro, Tregnago.
[19] Gaetano Miolato (1885-1960) era nativo di Verona, frequentò l’accademia Cignaroli, di cui anni più tardi divenne socio attivo e onorario. La sua attività fu soprattutto legata a Verona, anche se per qualche anno insegnò alle Acciaierie Ansaldo di Genova. Fu insegnante d’arte e pittura nella scuola d’arte di Castelnuovo, oltre che pittore e decoratore di numerosi luoghi pubblici e chiese nel Veronese. Cfr. MILLI P. (2001), La pieve di Santa Maria di Tregnago, p. 336.
[20] Francesco Rigodanzo e Gaetano Miolato decorarono, negli anni precedenti l’inaugurazione della pieve tregnaghese, la chiesa di Giazza e, negli anni successivi, furono i decoratori del soffitto della chiesa veronese di San Nazaro. Cfr. MILLI P. (2001), La pieve di Santa Maria di Tregnago, p. 336.
[21] VALLE C. (1922), Tregnago e la sua Pieve di Santa Maria in AA.VV., Una pregievole opera di stile romanico in Provincia di Verona. Inaugurandosi la nuova Pieve di S. Maria di Tregnago. 15 ottobre 1922, Verona, p. 49.
[22] SPADA F. (1922), Le Vetrate, in AA.VV., Una pregievole opera di stile romanico in Provincia di Verona. Inaugurandosi la nuova Pieve di S. Maria di Tregnago. 15 ottobre 1922, Verona, p. 34.
[23] Cfr. VALLE C. (1922), Tregnago e la sua Pieve di Santa Maria, p. 49.
[24] CIPOLLA C. (1891), Tregnago. Un dipinto nella chiesa parrocchiale, in «Arte sacra» a. X/II della nuova s., n. 23, Firenze, p. 184. Margherita Maria Alacoque nacque il 22 luglio 1647 in Francia, a Lhautecour presso Autun. Nel 1671 si fece religiosa nel monastero della Visitazione a Paray-le-Monial, poco distante dal paese natio. Lì visse e morì il 17 ottobre 1690. Dal 1686 scrisse le proprie Memorie, oltre a numerose lettere, per divulgare la devozione al Sacro Cuore di Gesù a lei rivelata. Fu proclamata beata da Pio IX il 18 settembre 1864, e santa da Benedetto XV il 13 maggio 1920. Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/margherita-maria-alacoque-santa_%28Enciclopedia-Italiana%29/ visitato il 13 settembre 2022.
[25] Corriere del Mattino (1922), martedì 10 ottobre e mercoledì 11 ottobre.

